domenica 10 gennaio 2010

Sapori d'un tempo

Come il protagonista di "Estasi culinarie" anche io, questa sera, ho ricercato un sapore di un tempo ormai perduto, non riuscendo a trovarlo del tutto e disperando di trovarlo ancora.
Avevo sui 15-16 anni, i famosi 44 chili addosso e andavo a scuola in un istituto magistrale in un paesino all'imbocco di tre valli, vicino, molto vicino alle Alpi Graie. Tutte le mattine mi alzavo alle 6,20 e poi a piedi, con qualsiasi tempo, andavo alla stazione. In 20 minuti ero ai piedi delle montagne. Ma avevo già fatto una bella passeggiata fino alla stazione e avevo già chiacchierato di moltissime cose con le mie compagne sul treno, ripassato le lezioni, dato una sbirciata ai ragazzi dell'Istituto Tecnico che viaggiavano vicino a noi e arrivavo al paesino con l'idea di comprare la merenda.
Di solito la merenda di metà mattina la compravo direttamente a scuola.
Arrivava infatti il mitico "paninaro" che non era un ragazzo con il Moncler verde elettrico e le Timberland ai piedi (come di fatto si usava in pieni anni '80), ma, in quel frangente, un mitico omino con una cesta di brioches e panini ripieni delle cose più meravigliose, che però sparivano a una velocità assurda. Per cui in classe ci si organizzava prima: una prendeva l'elenco dei panini da comprare e poi chiedeva di uscire PRIMA che suonasse l'intervallo, per assicurarsi l'incetta di panini con scelta dei gusti. Ricordo che quello alla pancetta era il migliore: pane croccantissimo e dentro questa pancetta grassa, morbida e profumata di rosmarino che si scioglieva in bocca contrastando il crocchiare del pane. Una goduria.
Ma, come dicevo prima, io arrivavo al paesino con l'idea di comprare la merenda, ma non quella di metà mattina, che sapevo avrei trovato tranquillamente dentro la scuola, ma quella di seconda colazione.
Eh, sì, perchè prima di entrare a scuola avevo già di nuovo fame: un the e qualche biscottino erano già stati smaltiti abbondantemente!
E allora avevo diverse scelte.
Se resistevo abbastanza, ma era un rischio, perchè c'era sempre dentro un sacco di gente e si rischiava di far tardi a scuola, c'era la panetteria in cima alla strada.
Sì, in cima. Perchè dalla stazione dovevo fare due strade in salita: la prima che poi, poco prima della torre svoltava a sinistra e sbucava in un0altra, la seconda, che arrivava fino alla scuola; un altro buon quarto d'ora, se non di più, da fare a piedi. L'alternativa erano delle scale dai larghi scalini che solcavano a metà il paesino. Quelle andavano bene all'uscita, quando si correva in discesa a prendere il treno.
La panetteria in cima alla salita aveva molte cose, ma la cosa che preferivo era la treccia: una fantastica brioches di semplicissima pasta di pane con sopra lo zucchero.
La semplicità fatta nirvana.
Se avevo fame prima, c'era un piccolissimo negozio di pizza al taglio sulla strada, che apriva prestissimo e faceva una pizza sottilissima, morbidissima e gustosissima, il cui profumo scendeva per la strada in modo davvero invitante. Nelle giornate più fortunate c'era anche la farinata di ceci, che si mangiava bollente bollente bollente, scottandosi le mani.
La cosa che però mi faceva sciogliere il sangue nelle vene era un'altra.
La potevo comprare alla prima panetteria sulla sinistra, all'inizio della strada (ma non sempre l'aveva alla mattina presto ed era più cara, decisamente!) oppure alla panetteria in cima alla salita, con il rischio di fare tardi.
Era il diplomatico.
Un rettangolo di paradiso, fatto a sfoglie disposte in 3-4 strati con in mezzo un'orgiastica crema pasticcera e sopra una spolverata di virgineo tentatore zucchero a velo.
L'estasi assoluta, il non plus ultra del buon inizio di giornata, l'apoteosi della goduria del gustare.
Era semplicemente buo-nis-si-mo.
Lo mordevo con assoluto piacere, con la crema pasticcera che debordava e lo zucchero a velo che finiva sul giubbotto e l'involucro di carta sottostante arginava a stento l'abbondanza di quell'impalcatura di bontà che rischiava di franare sulle mani, sui polsi, e, sommo sacrilegio, in terra. E allora mordevo da tutti i lati e masticavo con costanza, fino a che non rimaneva il centro, che mettevo in bocca tutto in un enorme boccone che poi facevo esplodere schiacciandolo con la lingua e spandendo crema e briciole in ogni misero angolino libero della mia bocca.
Un sogno.

E adesso che sono qui, a bere the - senza zucchero - non riuscendo proprio a ricordare dove se ne sono andati quei 44 chili che ingurgitavano le peggio cose senza modificarsi di un etto, ripenso a quei sapori semplici e puri, schietti e assoluti come la nostra adolescenza.
Ci saranno ancora quelle due panetterie? E la pizza al taglio? La panetteria in alto avrà ancora il bancone un po' basso, con i vetri con le brioches allineate e sullo sfondo il color creme pallido delle macchine da pane e dei forni?
O sarà un posto figo, una boutique del pane, con il bancone di vero pino svedese (Ikea?) e le commesse con le cuffiettine fighe, il pane a 6 euro al chilo, dalle forme più improbabili e le brioches macrobiotiche per le signore che vogliono stare in forma???
E la pizza al taglio sarà ancora quel buco che era con tre scelte di pizza e la teglia della farinata tutta annerita appoggiata sopra al bancone alla "speriamo che non venga giù"??? O sarà un'agenzia di lavoro interinale con dentro un'infighettata in calze autoreggenti e minigonna ascellare???
Non so.
Tra l'altro le scuole, sia il magistrale che l'istituto tecnico, le hanno spostate da un'altra parte, da diversi anni. Per cui niente più salite di studenti in cima al colle e niente più brioches, pizza e diplomatici da comprare.

Proverò, appena mi capita, a tornare nel paesino per andare a vedere cosa è rimasto e cosa è cambiato.
...dubito che ritroverò il sapore del diplomatico, quello di una volta, peccato però!
In fondo sono passati solo 20 anni da quando ci passavo tutti i giorni...

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