Da leggere, rileggere, imparare a memoria e recitarsi davanti allo specchio la mattina.
Queste parole mi stanno aiutando a salvarmi da me stessa.
TIENITI A TE
Sta attenta
esci fuori di te ma torna presto tornati svelta tornati in mente pensati ripensati ripensaci ripensa a come fosti eri a come sei sarai
copriti bene che gli uomini sono freddi non fidarti di chi non parla bene del vento tu esci fuori di te se vuoi tenta tutto apri le porte ai portenti chiudi i cancelli a chi ti cancella ma sta attenta mi raccomando torna presto tornati in mente tieniti forte aggrappati stringiti acchiappati stretta afferrati tutta ama con calma respira con la pancia ama con calma che là fuori è pieno di ti amo che non valgono un cazzo
Oggi è il mio ultimo giorno di malattia. Nonostante la mia spalla non sia ancora per nulla a posto e ci sia ancora molto lavoro da fare (e altro dolore per nulla grave, ma noioso da sopportare), da stasera si torna alla vita vera. Vorrei però ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicini in questi mesi. Vorrei dire che sono stati tanti, ma non è così vero o, per lo meno, non del tutto. Diciamo che sono stati tanti sì, ma che qualcuno che magari mi aspettavo non c'è stato, mentre ho avuto vicino anche persone che non mi aspettavo di avere. Qualcuno mi ha offerto molto, ha riempito le mie serate e le mie giornate. Qualcun altro meno, ma ha offerto secondo le sue possibilità e non poteva fare altrimenti. Qualcuno poco, perché è più facile starmi vicino quando sono allegra che quando ne ho bisogno. Qualcuno per niente. In ogni caso, questo periodo mi ha permesso di riflettere su me stessa, sulla mia vita, sul mio modo di affrontare le cose e mi ha concesso il lusso di cambiare alcuni aspetti della mia testa. Grazie a chi ha contribuito a tutto questo. E grazie anche a chi non l'ha fatto: mi ha aiutato comunque a capire per chi vale davvero la pena preoccuparsi.
E, certe volte, quando ho delle intuizioni mettendo insieme dei pezzi, non mi sbaglio.
Anche se non ho una figura di riferimento da guardare.
Anche se la figura ancora non si vede e ci vorrà ancora del tempo perché compaia.
Anche se per ora distinguo i contorni, che però mi paiono piuttosto chiari.
Posso immaginare cosa si vedrà.
Una fine ed un inizio e, forse, un qualcosa che rimarrà.
Non crediate che colui che tenta di confortarvi viva senza fatica in mezzo alle parole semplici e calme, che qualche volta vi fanno bene. La sua vita reca molta fatica e tristezza e resta lontana dietro a loro. Ma, se fosse altrimenti, egli non avrebbe potuto trovare quelle parole.
A volte vorrei trovare parole migliori. A volte vorrei che mi venisse in mente qualcosa di decisamente più intelligente o di assolutamente più adeguato. A volte non vorrei mai averle dette, delle parole, perché non sono affatto all'altezza di quello che si aspettavano e che mi aspettavo da me. A volte ho proprio timore di sbagliarle, le parole. E sono proprio le volte in cui, magari, le sbaglio. Come sempre, dovrei ascoltare di più e parlare di meno o trovare altri modi di far parlare chi mi sta di fronte o chi è al telefono con me, senza usare parole che fanno affondare e rendono pesanti i pensieri altrui. Stamattina ho sbagliato parole e non una volta sola. Il fatto è che ci avevo messo il cuore e quello, a volte, non ha mica paura di sbagliare, va per la sua strada e se ne fotte. Il fatto è che avrei voluto abbracciarti, prima di parlare o anche al posto di, ma da lontano non si può. Il fatto è che ti voglio bene, che per me vuol dire "Voglio il tuo bene" e penso sempre che potrei fare meglio e potrei farti stare meglio, ma, talvolta, non ci riesco o proprio non si può. Mi spiace se ho sbagliato alcune parole. Il fatto che l'abbia fatto in buona fede e mettendoci il cuore forse non mi scusa. Davvero, mi spiace. Però, magari, dammi un'altra possibilità, l'ennesima, mettendoci, come al solito, tanta pazienza. Cercherò di non perdere le parole o di cercarne di migliori...
...cercherò di trasformare il mio abbraccio in parole.
Da diversi anni camminare è la mia libertà più profonda.
Assieme ai pensieri che coltivo prima di dormire, che, però, possono facilmente sfuggirmi, data la stanchezza della sera, camminare è la mia libertà più profonda.
Con le mie bacchette (anche se in questo periodo non posso usarle) che spingono avanti i miei passi e scaricano indietro le tensioni, metto un piede dopo l'altro e trovo una pace che non trovo mai altrimenti.
C'è chi fa yoga, chi corre, chi medita, chi si stronca di fatica in palestra, chi fa tante altre cose per trovare un certo equilibrio.
Io cammino.
Camminando costruisco frasi e discorsi, ripasso lezioni, rifletto sulle persone, mi guardo dentro, prendo decisioni, ricordo il passato, provo ad immaginare il futuro, a volte sorrido da sola, a volte mi scende una lacrima.
O semplicemente lascio che i pensieri scorrano, passino via nella mia mente e mi portino immagini e suoni e odori e colori e sapori ed emozioni.
Quelli sono i momenti più belli, quelli dove il cervello molla tutto e si lascia vivere, si lascia attraversare dalle sensazioni facendole scorrere senza che si fermino troppo a disturbare.
Ultimamente, a questo atteggiamento mentale, accompagno un gesto: chiudo la mano intorno ad un ciuffo di semi d'erba, proseguo nel cammino staccandoli dallo stelo e così li porto con me per qualche secondo.
Poi li lascio scorrere liberi tra le dita e volare via.
Stamattina, per caso, mi è comparso questo pezzo su Facebook.
Ho subito pensato a te, che sei un regalo inaspettato.
Te lo dedico, Signor Ciottolo, perché sintetizza ciò che penso e provo meglio di quanto potrei mai fare io.
Indossa una camicia ed un sorriso, prepara una chiacchiera.
Saranno sufficienti per farmi sorridere a mia volta.
"Non ho bisogno di te, ho voglia di te. Non ho spazi vuoti da riempire, ho spazi da condividere. Non mi aspetto che tu mi renda felice, desidero sorridere della tua gioia e farti sorridere della mia. Non ti amo da morire, non sono tua e non sei mio. Sono completa anche senza di te, sei perfetto anche senza di me. Non morirò se andrai via, non smetterai di essere felice se andrò via. Non ti carico della responsabilità della mia personale soddisfazione, ti accolgo come specchio e messaggero, ti offro i miei occhi per indagare nei tuoi. Non ti lego né mi lascio legare dal bisogno di essere amata, dalla paura dell’abbandono. Io non sono sola senza di te, tu non sei perso senza di me. Siamo due meravigliosi e preziosi universi, completi, perfetti, che si incontrano per creare nuovi mondi. Non chiuderò porte e finestre per tenerti accanto a me, non ti permetterò di limitare il mio volo. Onoro la tua libertà scegliendo ogni giorno la mia."
Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente come se il tempo per noi non costasse l'uguale, come se il tempo passato ed il tempo presente non avessero stessa amarezza di sale. Tu non sai le domande, ma non risponderei per non strascinare le parole in linguaggio d'azzardo; eri bella, lo so, e che bella che sei; dicon tanto un silenzio e uno sguardo. Se ci sono non so cosa sono e se vuoi quel che sono o sarei, quel che saro' domani... non parlare non dire più niente se puoi, lascia farlo ai tuoi occhi alle mani. Non andare... vai. Non restare... stai. Non parlare... parlami di te. Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse, trascinate dai giorni come piena di fiume tante cose sembrate e credute diverse come un prato coperto a bitume. Rimanere cosi' annaspare nel niente, custodire i ricordi, carezzare le eta', e' uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicita' Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché? Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani? Esser tutto, un momento, ma dentro di te. Aver tutto, ma non il domani. Non andare... vai. Non restare... stai. Non parlare... parlami di te. E siamo qui, spogli, in questa stagione che unisce tutto ciò che sta fermo, tutto ciò che si muove; non so dire se nasce un periodo o finisce, se dal cielo ora piove o non piove, pronto a dire "buongiorno", a rispondere "bene" a sorridere a "salve", dire anch'io "come va?" Non c' vento stasera. Siamo o non siamo assieme? Fuori c'e' ancora una citta' Se c'e' ancora balliamoci dentro stasera, con gli amici cantiamo una nuova canzone... ...tanti anni, e sono qui ad aspettar primavera tanti anni, ed ancora in pallone Non andare... vai. Non restare... stai. Non parlare... parlami di te. Non andare... vai. Non restare... stai. Non parlare... parlami di noi.
Grazie di avermi regalato il tuo tempo.
Grazie di avermi offerto tante cose belle.
Grazie di avermi insegnato ad essere più paziente.
Grazie di avermi incoraggiato a non trattenere quando non serve o è dannoso.
Grazie di avermi regalato un milione di fantastici sorrisi imperfetti.
Grazie della dolcezza e della forza, della decisione e dell'arrendevolezza.
Grazie di avermi aiutato a ricordare, indirettamente, che la mia dignità viene prima di tutto e che lo scherno è diverso dallo scherzo e che l'offesa è tutt'altro che l'offerta.
Non so se tornerai mai nella mia vita.
Se ci tornerai, proverò a sorriderti ed abbracciarti senza riserve.
Se non ci tornerai, vuol dire che terrò cari i ricordi.
Tutti.
Tanto non ci puoi fare niente.
Tanto non sei nella posizione di pretendere, di aspettarti o anche solo di chiedere niente.
Quindi calma e serenità, riorganizza mente e pancia e vai avanti con il sorriso, che è la cosa indispensabile per guarire al meglio.
Il resto verrà.
E se non verrà, significa che - forse - non era destino che venisse.
Tu non ci credi al destino, in effetti, solo alla casualità.
Allora diciamo che, per una serie di casi, ciò che speravi magari non arriverà nemmeno la prossima volta o non arriverà proprio più.
Forse ci sarà qualcos'altro.
O forse no.
Tutto qua.
In fondo è semplice.
Frugarsi vicendevolmente nell'anima può creare pericoli insidiosi e, nel contempo, avvicinare meravigliosamente le persone.
In ogni caso, genera intima fatica e ha un costo alto.
La fatica e il costo li ho affrontati entrambi con un forza che - forse - non credevo più di poter raccogliere.
"Ci sono dei periodi della vita destinati a restare indimenticabili. Quel preciso anno, quei mesi in particolare, quei luoghi esatti: sai già che te li porterai dietro per sempre e lo sai mentre li stai attraversando, tanto che guardi al presente con un occhio particolarmente tenero, in qualche modo simile all'occhio della memoria." [...]
"- Sai - mi diceva - è così importante capire la felicità. Sembra facile, ma non lo è. Perché è semplice. E le cose semplici sono le più difficili da afferrare. Io ci sono arrivata solo adesso, ci ho messo quasi quarant'anni - ".
[da "Correva l'anno del nostro amore" di Caterina Bonvicini]
Ma anche...
"Lo stagno pronto a specchiarmi
è un abisso per me
che ricambia il mio sguardo
che mi parla di te.
Non vedo più nessun male che mi possa ferire
almeno per stanotte non c'è nessun dolore".
La figura del Che mi ha sempre affascinato.
Certo, dalle sue immagini, per i suoi occhi magnetici, per il suo sorriso aperto e per quella profondità d'espressione che poche persone hanno.
Ma, soprattutto, per la sua storia, per la sua integrità morale, per l'aver sempre mostrato la coerenza nella difesa delle frange più povere dell'umanità.
Coerenza che lo ha contraddistinto fino alla fine, fino all'ultima (mi vien da dire inutile, ma non lo farò per non disonorare la sua memoria) lotta.
Il senso di ingiustizia nasce da piccoli, si sviluppa da adolescenti, matura da giovani e si incancrenisce da adulti.
Si incancrenisce, perché, spesso, non si riesce a far corrispondere ad esso un'azione reale e continuativa contro l'ingiustizia che ci si vede attorno e perché la nostra stessa debolezza ci fa essere continuamente incoerenti e in lotta con noi stessi.
Tanta più ammirazione, allora, per quest'uomo che ha davvero fatto della coerenza di ideali il faro della sua non-vita, che è risultata più vita di milioni delle nostre, chiusi nelle nostre case o fuori a sostenere mille piccole meschine battaglie per la vittoria del nostro ego.
Certo, la lotta armata è una scelta estrema, che non potrò mai condividere a livello personale, però gli ideali, gli ideali puri e splendenti, quelli non posso non ammirarli e non avere rispetto per chi ha cercato, fino alla fine, di tradurli in realtà.
Ho pianto a Cuba davanti alla sua tomba, a quella stellina di luce proiettata nel buio, davanti al suo giubbotto e al suo basco, travolta dall'emozione di trovarmi di fronte ai cimeli di un mito.
Mi sono emozionata oggi, molto, alla mostra "Che Guevara - Tu y todos" che ripercorre la sua vita e il suo operato da diversi punti di vista. Una mostra possente, a tratti "pesante", piena delle contraddizioni di un mondo diviso in due blocchi e della purezza delle idee di questo omone argentino.
Sono contenta che la città di Milano gli abbia dedicato questa mostra, ne abbia omaggiato la memoria, la vita, la lotta.
E sono fiera di averci portato mio figlio, se non altro per dimostrargli che l'ingiustizia va combattuta, anche a costo di soffrire dentro e fuori, perché l'essere vigliacchi e il girar la testa dall'altra parte porta solo al disprezzo di noi stessi.
E dunque...Hasta siempre, comandante!
Finalmente, dopo tanto peregrinare di messaggi e ricerche, sono riuscita di nuovo a passare una serata con un'amica.
E le serate con le amiche, quelle vere, sono taumaturgiche.
Sono quelle volte in cui ti trovi a parlare, in ordine sparso:
- di un amore potente di cui non parlavi da anni e di cui mostri foto e ti viene detto "Ahppperò!";
- di cosa hai fatto il giorno del tuo matrimonio di cui mostri foto e ti viene detto che avevi una faccia da brava ragazza che hai fatto molto bene a toglierti;
- di quanto eri magra 22 anni fa e ti viene detto che quella faccia smunta e scavata non ti stava un cazzo bene e che stai molto meglio adesso con quella decina di chili in più;
- di quanto uno possa essere diverso da una foto ad un'altra e che uno può sembrare anche figo in una foto, ma nell'altra fa improvvisamente ridere e non ce n'è proprio;
- di "come ci siamo ridotte" con sguardo di rammarico verso i figli e di desolazione di fronte alla tisana e alle torte al cioccolato (ben 2!) che avete davanti, che, in quel momento, sembrano pallide imitazioni delle cazzate fatte "nel tempo che fu";
- del fatto che - in futuro - per avere un figo sudamericano (colombiano, per la precisione), lo sceglierete come badante da un catalogo;
- del fatto che il medioevo non è mai finito, se la gente si sente in dovere di farti battute idiote appena accenni ai cazzi tuoi;
- delle deficienze presunte ed effettive nei confronti dei figli e di se stesse;
...e via discorrendo.
Però, improvvisamente, in questa sequela di cose apparentemente piene di rimpianti, senti che, in fondo, a 46 anni, non stai mica piangendo così tanto sugli anni versati, ma anzi, che sei viva, più viva che a 26 o a 36, perché più cosciente di tutto: del tempo che passa, dei figli che crescono, delle parole che pesano, dei silenzi che pesano ancora di più, delle immagini che restano su carta o nel cuore, dei sapori, degli odori, dei colori, delle canzoni, dei libri, delle poesie, delle serate da quindicenni (perché sono le più belle), di quello che puoi tenere stretto, di quello che puoi lasciare andare, di quello che devi lasciar andare, del tuo mondo, di ciò che devi conservare con cura e di ciò che devi cambiare, del cervello che deve prendere aria e stimoli, della pace che si raggiunge solo non invecchiando mai nell'anima.
Non ti senti vecchia-depressa-frustrata.
Ti senti solo serena e sorridente.
E ironica, oooooh, se ti senti ironica.
E, da sempre, l'ironia ti salva la vita.
A te, a noi, cara Amica Lara, con l'augurio che non ci restino [che pochi] rimpianti.
Faber, perdonami se ultimamente ti tiro sempre in ballo.
Mi ascolta, ride con me, ride di me, mi critica, non me ne fa passare una, mi vuole bene, mi consola, discute con me di libri, film, idee.
Ho altri amici maschi che fanno (o dovrei dire "facevano"?) da sempre la stessa cosa.
Certo, se fosse una donna, nessuno avrebbe niente da dire, forse tutti si chiederebbero perché parlo spesso di quella nuova amica e del perché la vado a cercare, non darebbero per scontata la risposta.
Forse prima di insinuare, far battute, congetturare, si chiederebbero cosa magari potrebbero aver mancato nei miei confronti.
E anche se le vostre insinuazioni fossero vere, a questo punto, visto il deserto che mi avete - in pratica - fatto attorno, sarebbero comunque solo tutti fatti miei. E, visto che ultimamente siete stati tutti bravissimi a farvi i fatti vostri, avete la mia benedizione: continuate pure su quella strada.
Chi viene lasciato solo coi suoi pensieri, magari cerca solo un cervello con cui condividerli.
"E se credete ora che tutto sia come prima perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina, convinti di allontanare la paura di cambiare verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti."
E chiedo perdono a Faber di aver fatto virare una delle sue canzoni politiche per eccellenza
in una canzone personale, ma mi serve in questo momento. So che mi scuserà.
Qualche sera fa sono stata al cinema a vedere il film sulla vita di Fabrizio De Andrè.
Premetto che partivo molto prevenuta, per l'amore che, da sempre, porto nel cuore per le canzoni di Faber e per la sua figura.
E invece ho trovato ad accogliermi un lungometraggio (davvero lungo: 192 minuti!) pieno di...tutto.
Ho avuto per tutto il tempo il cuore in gola e lo stomaco sottosopra.
La fotografia è notevole, Marinelli (che interpreta Faber) davvero bravo e la colonna sonora, come prevedibile, devastante a livello emotivo.
Il mio cervello e il mio cuore hanno gioito come sempre davanti all'arte umana, quand'essa tocca le mie corde più profonde.
"Persa per molto, persa per poco
presa sul serio, presa per gioco
non c'è stato molto da dire o da pensare
la fortuna sorrideva
come uno stagno a primavera,
spettinata da tutti i venti della sera.
E adesso aspetterò domani
per avere nostalgia
signora libertà, signorina anarchia,
così preziosa come il vino,
così gratis come la tristezza,
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza."
Questa mattina mi sento così.
Ed è un gran bel sentirsi, senza dubbio.
Grazie a ILF,
per essere un grossopuffobrontolone intransigente e - a tratti - insopportabile.
E grazie a Faber,
naturalmente,
perchè l'immortalità dei suoi versi è sempre devastazione buona dell'anima.
"Anch’io credo… Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards. Credo al doppio suono di campanello del padrone di casa che vuole l’affitto ogni primo del mese. Credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere una madre e un padre che siano decenti con lui almeno finchè non si sta in piedi. Credo che un’Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa. Credo che non sia tutto qua; però, prima di credere in qualcos’altro, bisogna fare i conti con quello che c’è qua: e allora mi sa che crederò primo o poi in qualche dio. Credo che se avrò mai una famiglia sarà dura tirare avanti con trecentomila al mese, però credo anche che se non leccherò il culo come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose. Credo che c’è un buco grosso dentro, ma anche che il rock and roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici, bè, ogni tanto questo buco me lo riempiono. Credo che la voglia di scappare da un paese di ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx… Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perchè comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri. Credo che per credere, certi momenti, ti serve molta energia. Ecco, allora vedete di ricaricare le vostre scorte con questo…" dal Film "Radiofreccia" di Luciano Ligabue
Classe 1971, un marito e due figli.
Faccio la maestra.
Adoro leggere, guardare film, viaggiare, cucinare, vedere gli amici, sentire musica e scrivere.
Qualcuno mi chiama "Nonna".
A volte vorrei urlare qualcosa al mondo...oppure urlare e basta, seduta tra due falò.
Questo forse è un modo di farlo.
Ah...
Il blog, come potete notare, è ispirato ad uno dei più bei personaggi cinematografici mai pensati: Ivan Benassi, detto "Freccia".