mercoledì 19 luglio 2017

Quando un dio ti punisce.

"E ora so
 che non so più
 desiderare di peggio.
 So anche che
 quando un dio ti punisce
 avvera i tuoi
 più sudici desideri..."

Sono passati davvero tanti anni, ma mi ritrovo ancora in questa canzone.



giovedì 6 luglio 2017

Elogio della Provincia

Amo la Provincia.
Soprattutto la provincia profonda.
Quella di quando prendi una statale per sfuggire al caos in autostrada e ti ritrovi a passare vicino a paesi che si chiamano "Ravarino" o "Palata Pepoli" o "Omomorto" e a parcheggiare di fianco ristoranti su canali non ben precisati, dove, sulle tende scolorite, si legge in caratteri consumati "Specialità anguille e rane".
Quella in cui, in ristoranti di questo tipo, usa ancora che non ci sia un menù scritto, ma che sia il cameriere ad elencartelo, che ti dica "c'abbiamo il vino della casa, quello buono!", che sedie e tavoli abbiano dai 30 ai 40 anni suonati.
Quella dei bar anni '70,  di cui il "Bar Laica" di Radiofreccia è l'archetipo, dove c'è mezzo paese: i vecchi in pianta stabile, i bambini per le patatine e le cicche, i giovani per sparare cazzate e quelli delle età mezzo per i caffè, le chiacchiere, i pettegolezzi e dove, in una vetrina, fa bella mostra di sè sempre un panino rimasto o una pasta parente stretta della famosa "Luisona" del Benni.
In questi bar puoi trovare prodotti ormai estinti, come marche di gelato sconosciute al grande pubblico o la spuma nera o bianca e un barista o una barista che riesce a farti dire la storia della tua vita in meno di 10 minuti.
In quei luoghi si respira la provincia del matto del paese,l'omino che dà su i nervi a tutti, ma che tutti difenderebbero se un forestiero gli dicesse qualcosa; quella del negozio dove trovi di tutto: dalle ricariche telefoniche al sapone da bucato; quella in cui i personaggi più "famosi" li conoscono tutti e, di solito, in mezzo c'è sempre uno che ha ambizioni da artista, un carabiniere/guardia/ poliziotto, uno che sa fare un po' di tutto e via così.
Quei posti in cui staresti ore ad ascoltare cosa si dice la gente, a guardarla passare, a capire come funzionano le dinamiche del fuoridalmondo.
Questa provincia il Liga l'ha descritta benissimo in "Fuori e dentro il borgo" e ottimamente in Radiofreccia.
Ma ha fatto un bonsai, un condesato, un Bignami di tutto ciò in una delle sue canzoni più geniali.
In quella canzone la provincia la vedi, la tocchi, la annusi intorno ad un bar e i personaggi ci sono tutti, ma proprio tutti; e allora ti viene voglia di chiedere dove sia questo bar, ti viene voglia di entrarci, perchè vuoi giocare a biliardino e far casino con le palline, perchè vuoi sentire passare Rombo, perchè vuoi sorridere davanti alle dita alzate del Cavaliere.
Insomma, vorresti diventare, almeno per un momento, una comparsa in quel piccolo mondo, una figura di quell'affresco perfetto, un protagonista minimo in mezzo a tutto il kitch di quel circo di esseri umani che non sono altro che, in piccolo, un gran pezzo di Italia.




martedì 4 luglio 2017

"Ti guardo che mi guardi / non so se salutarti / o fare finta che non sia già tardi..."

Stimato Signore,
Le do del Lei, perché tra noi così abbiamo sempre fatto, per dovere, per convenzione e perché, col senno del poi, questa giusta distanza è indubbiamente la cosa migliore.
Per un po' ci siamo ritrovati a "condividere pensieri, opinioni, scritti, canzoni" e, inutile negarlo, ci trovavamo bene nel farlo.
Poi io mi sono accorta che, probabilmente, avevo travalicato un confine invisibile e che rischiavo di diventare fastidiosa e inopportuna. 
Così Le ho chiesto scusa di questa mia invadenza, scusa per le mie sciocchezze "d'amore o di morte che fossero" (... non ce l'ho fatta a non citar Guccini anche quella volta, e di ciò chiedo venia).
La Sua risposta mi ha quantomeno lasciata basita.
Non pensavo che Lei mi avrebbe mai scritto una cosa del genere, anzi, mi sembrava di essere io quella che era partita in corsa a scambiare mail e messaggi.
Però quello che mi ha lasciata ancora più esterrefatta è stata la Sua fuga.
E sì, caro Signore, la Sua fuga.
Quando ci siamo incrociati con gli sguardi, in mezzo a tutta quella gente, Lei è fuggito.
Andiamo, non mi venga a dire che è stato un caso, che non era voluto.
Lei si è girato a guardare se io ero ancora dietro ai vetri, mi ha visto avvicinarmi all'uscita ed è scappato veloce sotto la pioggia battente, via, correndo.
Una volta salito in auto, ha persino girato ancora la testa per vedere dove ero io, anziché guardare avanti, come era naturale fare.
Doveva stare tranquillo.
Al massimo sarei venuta a stringerLe la mano e augurarLe buone vacanze, come ho fatto con tante persone presenti in quel luogo. 
Nulla più. 
Non L'avrei rincorsa, non L'avrei disturbata, non L'avrei turbata oltre.
Quello che mi chiedo adesso è: da chi o da cosa Lei scappava?
Da me? Dalla situazione? Da se stesso?
In fondo non mi serve saperlo, anzi, direi proprio che è meglio, per l'economia delle cose, che io proprio non lo sappia.
Va bene così.
Facciamo finta di niente e, quando le circostanze ci costringeranno a parlarci, sforziamoci di essere gli adulti che ci rifiutiamo di essere (cosa che, in fondo, lo sappiamo bene entrambi, ci fa sentire vivi), almeno per quel quarto d'ora, quella mezz'ora, quell'ora che ci viene richiesta.
Poi ognuno potrà tirare fuori dalle tasche i suoi eventuali turbamenti, guardarli, rifletterci, sezionarli, affezionarcisi, buttarli o rimetterli via, ma con la coscienza di aver fatto del suo meglio per evitare di farsi e fare troppo male.




lunedì 26 giugno 2017

Non ci sono più gli operai di una volta

Hai presente la classica figura dell'operaio che entra in casa?
Non proprio quella dei film trash anni '70 e '80, ma qualcosa che abbia leggermente più stile.
Diciamo l'operaio che arriva, si presenta per nome e ti stringe la mano, che in due minuti vi date del tu.
Se lavora fuori, dalla primavera all'autunno quasi inoltrato, toglie la maglietta e tu puoi vedere i muscoli non palestrati, ma derivanti dall'uso delle braccia.
Quello che ha un po' di barba incolta, giusto perché è dalle 7 che lavora e non ha magari avuto nemmeno il tempo di farla.
Quello che fa una battuta simpatica, senza mai trascendere, ma gli è capitato più di una volta che una "signora" abbia invece trasceso con lui.
Quello che ti chiede il bicchiere di acqua e il caffè o magari anche un asciugamano, che deve lavarsi la faccia e le mani.
Quello che è un po' spettinato, ha le scarpe sporche e non vuole entrare in casa, perché teme di sporcare, e allora il caffè glielo porti fuori, ma con un sorriso e magari un biscotto.
Quello che comunque non ci faresti un pensierino (o magari sì, ma fugace), ma ti fa simpatia, perché, nel complesso fisico-approccio al cliente, è un bell'ometto e un bell'ometto che sa far andare le mani per aggiustare cose fa sempre un bell'effetto.

Ecco. Scordatelo.

Stamattina  è arrivato il tecnico delle caldaia.
Credo abbia la mia età. Ma dimostrava 10 anni di meno.
Un hipster. Sottolineo UN HIP-STER!
E' entrato dicendo buongiorno, con l'aria da chirurgo estetico.
Capello stracurato, che non si è spostato nemmeno quando ha smontato tutta la caldaia.
Barba perfetta, nei minimi particolari, di cui non si è smosso nemmeno un pelo quando ha usato il compressore per pulire la caldaia.
Maglietta che vestiva morbido e pulita; figuriamoci se si è sporcata quando ha usato lo sgrassatore per pulire gli interni della caldaia!
Unghie immacolate...dotazione credo aliena o soprannaturale.
E avanti così.
Sicuro come un treno in corsa, non un dubbio, non una parola di più del necessario, non un sorriso, neanche a pagarlo. Grazie, prego, al prossimo anno.

Ma dove sono finiti gli operai di una volta? Quelli con la faccia simpatica e imperfetta? Dove?

Mah.
Che brutta impressione.
Come andare ad una partita di Rugby e trovarci dei giocatori di Golf.
Agghiacciante.



martedì 20 giugno 2017

Rosa de caei

Due-tre giorni prima dell'8 Giugno, in accordo con la fine dell'anno scolastico e, dunque, con le follie ad esso connesse, sono andata dal parrucchiere, mi sono fatta tagliare a sufficienza i capelli e li ho fatti tingere con un bel riflessante rosso.
Il mio amico eNdRiU, che mi ha vista solo ieri e che si è accorto della cosa dopo due ore buone che mi vedeva (eccezionalmente intuitivo sui fatti della vita, molto meno su queste robe "di donne"), ha subito sciorinato una perla di saggezza popolare bergamasca.
Secondo il detto da lui citato, le donne rosse di capelli sarebbero golose di qualcosa che non è propriamente un cibo anche se, in alcuni contesti, ad esso viene metaforicamente assimilato.
Ho deciso d'acchito, lì per lì, che il prossimo riflessante sarà viola o blu, poiché sono assolutamente certa che la saggezza popolare, essendo per sua definizione atavica, non contempli tali gradazioni di colore per la chioma e che, quindi, un minimo della mia dignità potrà - almeno quel giorno - essere salva.

Breve riepilogo di 30 anni di caos interno.

Talvolta le mie non-storie hanno aspetti di tragicità che nemmeno le vere storie hanno.
Robe del tipo:

"Il cuore ha più stanze di un casino."
(che è praticamente la metafora della mia vita)
"Non andare, vai; non restare, stai; non parlare, parlami di te."
 "L'amore è un'invenzione che lacera".

Et similia.

Ringrazio, nell'ordine:
G.Garcìa Marquez per l'inarrivabile romanzo "L'amore ai tempi del colera",
F. Guccini per il brano "Canzone delle domande consuete",
i Subsonica per  il brano "Attacca il panico"




domenica 11 giugno 2017

Riattivazione surreale

Conversazione via WhatsApp delle 00:23 dell'11 Giugno 2017.

Protagonisti:
NB: Nonna Benassi
E: eNdRiU


NB: Quando hai tempo, mi aiuti a rientrare in Nonna Benassi blog?  Grazie. Saluti dal bar.

E: Ah, ma c'è ancora? Che posso fare io?

NB: Boh, pare di sì. Però non mi ricordo come si entra. L'ultimo mio post  è del 2013. Vorrei capire la procedura, ma l'assistenza è in inglese (bastardi). E non mi ricordo come entrare, vorrei rimetterlo in pista.

E: Perchè? (Non è una domanda scontata) Ma me lo puoi dire anche nei prossimi giorni. ;) 

NB: 
Perchè ho voglia di urlare (non so bene cosa).
Perchè ora ho 45 anni.
Perchè "sta dentro te che qua fuori è un brutto mondo".
Perchè ho bisogno di una valvola di sfogo.
Per avercelo lì e "avere tutto per possibilità", almeno come spazio per scrivere.
E perchè, 'orcaputtana, quando mi ci metto scrivo proprio bene, che poi a rileggere mi dà proprio soddisfazione e mi piace darmi soddisfazione.
E perchè sono narcisista, ma mai quanto te.

E: Ok, mi sembrano buone motivazioni. Sei sicura che ti serva un blog?

NB: E cosa dovrei usare, un diario?

E: Boh, un libro. Ma lì serve una trama e una struttura. In fondo scrivi fondamentalmente per te stessa.

NB: Esatto, serve una trama e una struttura. E io non ho nessuna delle due, non per scrivere, proprio dentro non le ho. Comunque mi piace l'idea che degli sconosciuti leggano me stessa e commentino. Mi potrebbe aprire gli occhi su me stessa.

E: Ma gli sconosciuti leggono i blog? O leggono solo FB?

NB: Mi piace pensare che gli sconosciuti leggano i blog e poi diffondano la voce che c'è questa un po' fuori che scrive queste cose e "magari vai a leggere che può essere che ti piacciano". Poi, scusa, se riprendo potresti tu dire in giro che c'è questo blog di questa che scrive queste robe che forse possono piacere. E così mi arrivano gli sconosciuti.
Oppure non lo legge nessuno.
E va bene lo stesso.

(Non ho bevuto, giuro!)

In soldoni: mi aiuti o no?

E: Certo!


..E allora, cari sconosciuti, bentornati su Nonna Benassi.
Auguri a me e pure un po' a voi!










venerdì 15 novembre 2013

Aria, guariremo il tempo con l'aria.

Dopo due anni e mezzo Nonna Benassi riprende vita.
Perchè?
Perchè mi va.



 Vedrai puoi ricominciare se tornerai
Vedrai sulle schegge del passato camminerai
Vedrai le tue stanze chiuse le riaprirai
Saprai dove l’alba si è spezzata arriverai

Buona aria.

lunedì 6 giugno 2011

Libropatica

Che io sia metereopatica è fuor di dubbio.
Se mi sveglio la mattina e vedo piovere già mi girano a sufficienza.
Se poi il cielo non accenna ad aprirsi, il mio umore peggiora nella giornata. Quello che mi salva è lavorare con dei bambini, cosa che mi impedisce di grugnire a mio piacimento, ma mi costringe ad essere quantomeno gentile e sorridente, il giusto per non sentirmi una merda.
Il che non mi proibisce, però, di essere particolarmente ironica o addirittura caustica con i colleghi che se lo meritano...

Ma quello che mi preoccupa di più è che mi sono accorta che, oltre ad essere metereopatica, sono anche "libropatica".
In che senso?
Ci sono tre casi:
1- Per un motivo o per un altro non ho un libro per le mani da leggere. Ne ho appena finito uno o ne ho in mano uno che non mi convince e non leggo. Allora divento, in certi momenti, inconcludente, smarrita, come svuotata. Fatico a fare le cose, mi sento un po' troppo vaga. In pratica affronto alcuni momenti in modo superficiale. Il tutto perchè il mio cervello non ha un degno compagno di libertà da afferrare.
2- Sto leggendo un libro che non mi piace. Ipotesi peggiore. Qui siamo nei guai. Dopo aver lavorato tutto il giorno, aver curato casamaritofigli mi ritrovo tra le mani qualcosa che mi annoia, mi disturba o perfino mi irrita. Lì divento una belva. Non mi si può parlare e sono quasi intrattabile. E' possibile che uno debba lavorare tutto il giorno e poi non avere nemmeno la consolazione di un bel libro? In tal caso mi butto sul divano sperando in un film che racconti una storia accattivante, non importa se felice o triste, spensierata o emozionante, basta che sia una bella storia. Se non lo trovo, la serata si preannuncia a dir poco penosa.
3- Sto leggendo un libro che mi piace. Allora tutto si fa più violetto. Mi sveglio la mattina con il ricordo di quello che ho letto la sera. Durante il giorno penso a come andrà avanti la storia, mi chiedo cosa penseranno i personaggi davanti ad una certa situazione, o a cosa farebbe quel protagonista al posto mio. E poi la sera, con tutta la giornata stancante alle spalle, con il mio cioccolato/dolcino/theallamenta/bibitafresca mi siedo o mi sdraio e leggo con somma goduria.

Se all'ultima eventualità aggiungiamo una giornata di sole splendente e un tramonto classicamente infuocato, beh, avremo un umore a dir poco perfetto.

Ma se fuori piove, c'è nebbia, fa freddo e il libro che sto leggendo fa davvero schifo, beh, sicuramente dominerà un umore a dir poco di merda.

Se qualcuno di voi dovesse incontrarmi o scrivermi in un giorno di cattivo tempo, faccia a se stesso il favore di chiedermi cosa sto leggendo.
E' meglio...

mercoledì 1 giugno 2011

Come stai?

Se stasera mi chiedessero: "Come stai?" la risposta a caldo potrebbe essere:"Come un'imbecille, grazie".
E' che a volte il mio senso della lealtà mi impedisce di essere stronza.
Ed essere stronza servirebbe a vivere meglio, come fanno in tanti, con l'aggiunta di un briciolo in più di considerazione di me stessa, di amor proprio e di stupida, stupidissima felicità.

Viva

Per me.

giovedì 26 maggio 2011

Gli uomini amano essere ascoltati #2

La riprova che gli uomini amano essere ascoltati?
Beh, dopo aver sentito questa non avrete più dubbi.
Io l'adoro.

Gli uomini amano essere ascoltati

Penso che sia ormai fuor di dubbio.
Gli uomini amano essere ascoltati.
Se vuoi minimamente pensare di conquistare un uomo devi essere disposta ad ascoltarlo.
Ma anche se vuoi "solo" diventare sua amica...
Devi ascoltarlo.
Ma non quando TU gli chiedi come va o come sta. No, troppo semplice.
NON quando gli chiedi come è andata quella certa cosa a cui teneva o se sul lavoro continuano a farlo imbestialire.
No.
Quando vuole lui e quando gli gira.
Cioè, per esempio, mentre tu sei a fare la spesa e quasi alla cassa.
Ti chiama per dirti che la ragazza uscirà un'altra volta con le amiche e lui non sa cosa fare.
E tu sei lì che riempi i sacchetti e tieni praticamente il telefono sotto il mento e parli alla cassiera e rifiuti i punti omaggio (che ti servivano a riempire la schedina cazzo!) e gli raccomandi di stare calmo che le donne hanno bisogno dei loro spazi e non è per forza una crisi.
Oppure mentre stai lavorando ad una cosa che richiede concentrazione e lui ti dice che ti deve parlare assolutamente dell'ultimo film che ha visto, perchè richiede la tua indispensabile e indifferibile opinione.
Oppure ancora, dopo che hai incastrato tutte le cose della tua giornata e hai i minuti contati, e lui te lo sei tolto dalla testa per il semplice fatto che è un lusso farcelo entrare, ecco che ti chiama per offrirti un caffè e una montagna di discorsi sul suo lavoro.
Se però vuoi conquistarlo davvero, come amica o come "altro", mostrati assolutamente affascinata al suo interesse principale che sia esso il lavoro, lo sport, la politica o la produzione del vino nella Francia del Sud.
Fondamentalmente, è bene saperlo, di quello che dici tu a lui frega poco.
Delle tue tette o del tuo culo di più, beninteso.
Ma se tu lo segui nei suo discorsi, e ti mostri interessata e (sommo suo gaudio!) fai domande...beh, basta: arriva quasi ad adorarti.
O, per lo meno, per qualche minuto smette di guardarti le tette.
Ti parla ininterrotamente dell'ultimo corso di aggiornamento fatto sul lavoro, delle previsioni di spesa, delle ultime elezioni amministrative illustrandoti dati e percentuali anche del più piccolo paesino delle Murge, addirittura del rifacimento dei cessi di uno spogliatoio...e tu ascolti, annuisci, sorridi, fai qualche domanda - anche non intelligente - e paghi dazio per avere la sua considerazione.
Da lì le strade sono varie. A me ne vengono in mente alcune...
O instauri una serena e proficua amicizia, per cui andrete avanti per anni e lui imparerà ad ascoltare te, e anche bene, e imparerà a dialogare, a non fare solo monologhi e a consolarti quando piangi.
O instauri una relazione amorosa che si basa - anche - su un dialogo profondo (come quello illustrato nel punto appena qui sopra).
O instauri una relazione sessuale che vada al di là del dialogo, ma che comunque ti costringe, almeno nei primi mesi, ad ascoltarlo magari quando vorresti mangiarti pane e nutella dopo aver fatto del gran bel sesso.
O ti rompi talmente le palle che non provi nemmeno a instaurare una simil base di amicizia, perchè ti vedi già a dare e dare e dare e non avere niente in cambio; allora, a poco a poco, sparisci anche alle feste comandate.
O - senza false ipocrisie - gli dici apertamente che è molto bello che ti guardi le tette e che anche a te interessa molto il suo culo e che è quindi inutile, per l'economia delle cose, che tu lo stia ad ascoltare per ore, ma che sarebbe più proficuo per entrambi se si trovasse in un tempo ragionevole un posto dove concludere con i crismi del caso.
L'ultima ipotesi mi sembra alquanto fantascientifica.
Però potrebbe essere un'ottima soluzione, considerato che sono le 10 di sera e devi ancora lavare i piatti, portare fuori la spazzatura, riordinare i giochi dei figli e prepararti i vestiti per domani.
Non trovi?

domenica 15 maggio 2011

...che fa tanto di sinistra.

"Ora vado a casa a leggermi un librone, un mattone, un libro pesantissimo. E' "Romanzo inedito" di Marquèz, che in realtà è una serie di racconti pesantissimi. Marquéz è pesante. E' inedito, sai, non lo trovi nemmeno sulla bibliografia di Wikipedia; io l'ho trovato per caso alla Solari. Beh, é pesante davvero, ma io lo leggo perchè fa tanto di sinistra leggere Marquèz.".
All'anima quanto sembra pesante Marquèz!
Hai 26 anni, sei brillante, ironico, fuori di testa e pure fisicamente apprezzabile e di sabato sera ti dedichi a Marquèz solo "perchè fa tanto di sinistra"?
Ascolta me: esci, passeggia in una strada qualsiasi piena di gente e vivici dentro, guardala, ridine, goditela. So che vivi in una città di merda con gente abbastanza di merda, ma, per diamine, goditela lo stesso. Troverai più vita lì fuori che in tutto il Marquèz del mondo. E te lo dice una che Marquèz lo adora e ha cominciato a leggerlo quando tu eri nato da 2-3 anni.
Sarà meno di sinistra, lo so, ma tanto se leggi Marquèz con questi presupposti, è meglio che si impolveri sul tuo comodino e che tu legga il menù di un pub, ti pare?
Devo portarti fuori io a bere una birra? Mi fa stranire, ma non c'è problema. Avrò del tempo per farmi spiegare nei dettagli la teoria che leggere Marquèz "fa tanto di sinistra"...La cosa mi incuriosisce alquanto!

sabato 14 maggio 2011

Ipazia di Alessandria e la mia ignoranza

Devo vedere un film su Sky per scoprire che è esistita, secoli fa, una donna che insegnava agli uomini e che è stata lapidata nei primi secoli del Cristianesimo per la sua libertà intellettuale.
Mi sono sentita ignorante davvero. Tanto.
p.s.
Ora sono a conoscenza di un altro degli innumerevoli danni che i cristiani hanno fatto all'umanità nel corso dei secoli.

domenica 14 novembre 2010

Soledad

Ho passato anni a dedicare il mio tempo alle persone a cui volevo più bene.

In questo periodo, in cui avrei bisogno di una briciola del loro tempo, nessuno ne ha neanche un piccolo milligrammo a disposizione per me.

Mai come oggi mi sono sentita così profondamente, assolutamente e disperatamente sola.

lunedì 15 marzo 2010

Anche

"Anche
se mi sento stanco
non so riposare
nelle mie bugie"

domenica 28 febbraio 2010

Chile

No.
Il Chile no, per favore.
La gente, la mia gente così affabile, aperta, di gran cultura.
La mia gente stupenda così martirizzata.

Concepcion distrutta.
La Moneda con le crepe.
Le coste devastate.
E Isla Negra?
Qualcuno mi sa dare notizie di Isla Negra?
La casa più bella del mondo, con lo scrittoio fatto con una tavola venuta dal mare, le polene, le bottiglie di mille colori, la tomba del Poeta che guarda il mare...
Quella casa che ho sognato di vedere per tanti anni, immaginandola colorata e reale uscire dalla foto in bianco e nero di quel libro di poesie comprato in una bancarella di libri usati una volta.
E che ho visto infine, cercando di non perdermi nemmeno un angolo, di assorbire tutto con gli occhi, di rendere quei momenti eterni nel mio cuore.
Un sogno che si avverava, un grande, meraviglioso sogno sotto i miei occhi.
Ho toccato la tomba del Poeta, l'ho accarezzata, gli ho sorriso e mi sono commossa.

...sarà rimasto qualcosa di tanta poesia, bellezza, ricchezza di vita?

Sto cercando notizie.
Ma tutto ciò che leggo mi fa piangere e basta.

mercoledì 24 febbraio 2010

Senza oneri per lo Stato

Sessant'anni fa, dico sessant'anni fa...

E siamo arrivati al peggio del peggio...

Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.

Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime... Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"

giovedì 18 febbraio 2010

Come un pupazzo a molla che esce da una scatola.

Subito ti spaventi.
Poi sorridi, tiri il fiato, ridi.
E pensi: "Che stupido spavento!"