E' successo che a fine agosto la mia spalla destra abbia cominciato ad esprimersi con fitte lancinanti.
E' successo che io abbia visto un'osteopata, dopo abbia fatto un'ecografia, in seguito abbia fatto tecarterapia e fisioterapia ed infine abbia fatto una radiografia e una risonanza.
E' successo che io sia in attesa di essere chiamata dall'ospedale, perché ho un bel buco in un tendine e debba essere operata, con conseguente immobilità per tre settimane, "importante" fisioterapia per i mesi successivi ed impossibilità di andare a lavorare.
Ok, fatto salvo che la fase "incazzata come una iena" sia abbastanza superata (anche grazie a quanto dirò dopo), il punto non è l'operazione e neanche la fisioterapia che dovrò fare.
Il punto è che, in tutto questo, ho conosciuto una persona che reputo molto intelligente, ironica, dissacrante, lungimirante e profonda e che questo incontro abbia migliorato la mia vita.
No, non è un accidenti di discorso new age il mio, ma puro dato di fatto, molto pratico, che ora vado a spiegare.
Una piccola premessa: ormai va di moda, negli strafighi blog di mamme, chiamare il pediatra "peddy" e il ginecologo "gine", beh, allora il mio uomo speciale fatemelo chiamare "fisio", che fa senz'altro meno trendy e più birreria, ma va benissimo così, conoscendo, ormai un po', il tipo.
Ho fatto con lui alcune sedute di tercaterapia e molte più sedute di fisioterapia, prima di scoprire che il destino del mio tendine fosse segnato.
Ho fatto con lui lunghe chiacchierate di 45 minuti.
Ho fatto con lui grasse risate, tanto da dover abbassare il tono per non impressionare chi aspettava fuori.
Ho fatto con lui pessime e ottime battute.
Ho fatto con lui sorrisi, urla di dolore e detto imprecazioni (neanche troppo a bassa voce).
E tutto questo - urla di dolore a parte - è stato proprio simpatico.
Però, cosa fondamentale, con lui ho imparato.
Ho imparato a stare zitta, ascoltare ed eseguire o anche solo ascoltare e basta; e questo, come sa bene chi mi conosce, per me è molto, molto, molto difficile.
Ho imparato ad ascoltarmi, ad ascoltare il mio corpo ed era tanto che non lo facevo, troppo, troppo tempo.
Ho imparato a prendermi cura di me ed anche questa era una cosa che che - mi dicevo - non avevo da tanto il tempo di fare.
Ho imparato a rilassarmi, a prendermi degli spazi, dei tempi, dei respiri e mandare affanculo mentalmente la casa, le pulizie, il lavoro, il telefono, le mail e, diciamocelo, pure un pochino il marito e un briciolo i figli.
Ho imparato a mollare, a lasciare andare. Ho semplicemente preso in parola quello che il fisio mi continuava a ripetere, mobilizzando la mia spalla disastrata.
Dopo poche volte che mi conosceva, infatti, mi ha detto: "Sei una donna con i pantaloni. Adesso basta, MOLLA, molla un po'. Lascia andare."
E così, piano piano, ho iniziato a ripetermelo: molla, lascia andare, non cercare di controllare sempre tutto, non guardare l'orologio ogni due minuti e non pensare di riuscire a fare sempre tutto e a farlo secondo i tuoi canoni di perfezione.
E così ho riportato questo in tanti aspetti della mia vita, a cominciare dal fatto che una sera ho preso mio marito a brutto muso e gli ho sparato in faccia tutto ciò che serviva sparare, per aver i miei spazi e tempi per mollare, per lasciare andare; sono spazi e tempi che lo coinvolgono direttamente e che, quindi, dovevo per forza rivendicare come miei.
Ho continuato lasciando andare diverse cose, piccole, ma quotidiane e insistenti, fuori e dentro la mia testa.
Ho cominciato a dormire meglio, a sorridere di più, a essere più serena e tranquilla.
Mi sono persino permessa di iniziare a scrivere, via whatsapp, battute al mio fisio e un giorno gli ho proposto di prenderci un caffè; ovviamente, la prima persona che ho chiamato quando ho saputo dell'operazione non sono stati i miei amici "storici", ma è stato lui, perché avrebbe capito la mia rabbia e la mia frustrazione - in quel momento - meglio di tanti altri.
Insomma, non oso dire che ora siamo amici, ma penso che siamo sulla buona strada.
Adesso arrivo a pensare che l'operazione che farò, che non è nulla di grave, solo un inevitabile fastidio, l'immobilità e la terapia che ne seguiranno, forse non sono altro che un ulteriore modo per mollare, per lasciare andare.
Mollare il lavoro,vedere film, leggere libri accumulati sul comodino, fare passeggiate, telefonare a persone che ho voglia di sentire, guardare fuori dalla finestra, aspettare i miei figli quando tornano da scuola, stare sul divano col mio gatto.
Incredibile per me ammettere che - forse - il lavoro non mi mancherà così tanto.
Ho imparato a mollare, a lasciare andare.
Non a fregarmene, quello mai, non è fregandosene che si vive fino in fondo.
Ma lasciar andare quando si deve, quello sì, quello fa vivere più intensamente.
Mi ci è voluto il mio Fisio speciale a farmelo capire e un sacco di tempo della mia vita.
Tanto tempo.
Troppo tempo.
Ma ho imparato.
Molla, lascia andare.
Lascio andare.
E sorrido.